• Baby Malinconia. Pasto Nudo, William Burroughs

  • A pleasurable sensation may become intolerable after a certain intensity is reached. William Burroghs. Letter From a Master Addict To Dangerous Drugs.

    A pleasurable sensation may become intolerable after a certain intensity is reached. William Burroghs. Letter From a Master Addict To Dangerous Drugs.

  • Gli piaceva. 
Le città della notte rossa. 
WB

    Gli piaceva.
    Le città della notte rossa.
    WB

  • Niente è vero. Tutto è permesso. Magia e follia.

Le città della notte rose. WB

    Niente è vero. Tutto è permesso. Magia e follia.

    Le città della notte rose. WB

  • Questo è un incipit. (Shining, S. King)

    Questo è un incipit. (Shining, S. King)

  • Che cosa è
Successo?

    Che cosa è
    Successo?

  • Il peso della verità nella Letteratura per Christian Raimo

    Il peso della verità nella Letteratura per Christian Raimo

  • PLEASE KILL ME su WNR. Jim Morrison spacciava il suo rock per letteratura ma erano cazzate per liceali

  • Il metodo Iggy su WNR. Da Please Kill Me

  • UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA’ UTILE DI PETER CAMERON
Dedicato ai sensibili, a chi non si conosce e vorrebbe conoscersi, a chi ricerca se stesso, sempre, quello vero, sporco o brutto che sia. Dice la nonna a James, il protagonista: «Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai… godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice. Io non credo, però, che la tua vita sarà così, e sono convinta che proprio per questo tu sarai una persona migliore. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono - un dono crudele, ma pur sempre un dono».
È qui, in queste frasi, il cuore del libro, un romanzo che ricorda il giovane Holden di Salinger (come viene ripetuto adesso, durante i giorni della promozione del film di Roberto Faenza) e con una prosa che invece sembra quella di Fitzgerald (Il grande Gatsby), non a caso citato in una pagina. Un giorno il nostro dolore ci sarà utile, quindi. È tremendamente vero. Poi, Cameron apre uno squarcio sulla modernità, sul suo orrore e il personaggio che dà di più e che rimane appiccicato addosso, infatti, è quello della nonna, Nanette, che lava i piatti a mano perché la lavastoviglie non li pulisce bene.  
Questa è un’opera sull’adolescenza e su chi l’adolescenza, alla fine, non l’ha abbandonata mai, che dubita, che si porta appresso le sue insicurezze, che non smette di farsi domande e che inciampa, che proprio per questo commette errori, magari anche grossi errori, ma in modo ingenuo, con innocenza. Ché poi la colpa non è mai solo di una persona, ma di una situazione familiare e sociale che ci ruota intorno. Di genitori divorziati distratti e troppo presi dal proprio ego, di insegnanti che non capiscono, di una società che non riesce a concepire la diversità, che cerca di incasellarti per forza (sei gay o sei etero, sei adatto o disadatto), e magari anche di una psicologa silenziosa e banale.
Dice James: «Spesso mi vengono dei gran malumori e ogni cosa che vedo o che penso mi deprime. Sembra che tutto provi che il mondo è un posto di merda e non fa che peggiorare». E quando vede gli oggetti abbandonati sull’autostrada pensa a quante circostanze siano legate a quegli oggetti che non sono solo oggetti, ma storie. Storie interrotte. James, che a un certo punto prende un treno e pensa di restarci sopra vita natural durante («avrei passato il resto della mia vita in transito, protetto dal treno, mentre questo mondo impossibile e disgraziato sfrecciava fuori dal finestrino»). James, che ha solo diciotto anni e che quando la nonna muore e gli lascia in eredità tutti gli oggetti presenti nella sua casa non li butta, ma li conserva affittando un garage. E che mentre i grandi gli suggeriscono di disfarsene e di tenere solo quelli utili lui ribatte: «Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita? Come faccio a sapere cosa mi servirà?».
Già. Come si fa?
Perché gli oggetti non sono solo oggetti. Portano un peso, il nostro. 

    UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA’ UTILE DI PETER CAMERON

    Dedicato ai sensibili, a chi non si conosce e vorrebbe conoscersi, a chi ricerca se stesso, sempre, quello vero, sporco o brutto che sia. Dice la nonna a James, il protagonista: «Ora la tua ti può sembrare una sciagura che ti complica la vita, ma sai… godersi i momenti felici è facile. Non che la felicità sia necessariamente semplice. Io non credo, però, che la tua vita sarà così, e sono convinta che proprio per questo tu sarai una persona migliore. Il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono - un dono crudele, ma pur sempre un dono».

    È qui, in queste frasi, il cuore del libro, un romanzo che ricorda il giovane Holden di Salinger (come viene ripetuto adesso, durante i giorni della promozione del film di Roberto Faenza) e con una prosa che invece sembra quella di Fitzgerald (Il grande Gatsby), non a caso citato in una pagina. Un giorno il nostro dolore ci sarà utile, quindi. È tremendamente vero. Poi, Cameron apre uno squarcio sulla modernità, sul suo orrore e il personaggio che dà di più e che rimane appiccicato addosso, infatti, è quello della nonna, Nanette, che lava i piatti a mano perché la lavastoviglie non li pulisce bene.  

    Questa è un’opera sull’adolescenza e su chi l’adolescenza, alla fine, non l’ha abbandonata mai, che dubita, che si porta appresso le sue insicurezze, che non smette di farsi domande e che inciampa, che proprio per questo commette errori, magari anche grossi errori, ma in modo ingenuo, con innocenza. Ché poi la colpa non è mai solo di una persona, ma di una situazione familiare e sociale che ci ruota intorno. Di genitori divorziati distratti e troppo presi dal proprio ego, di insegnanti che non capiscono, di una società che non riesce a concepire la diversità, che cerca di incasellarti per forza (sei gay o sei etero, sei adatto o disadatto), e magari anche di una psicologa silenziosa e banale.

    Dice James: «Spesso mi vengono dei gran malumori e ogni cosa che vedo o che penso mi deprime. Sembra che tutto provi che il mondo è un posto di merda e non fa che peggiorare». E quando vede gli oggetti abbandonati sull’autostrada pensa a quante circostanze siano legate a quegli oggetti che non sono solo oggetti, ma storie. Storie interrotte. James, che a un certo punto prende un treno e pensa di restarci sopra vita natural durante («avrei passato il resto della mia vita in transito, protetto dal treno, mentre questo mondo impossibile e disgraziato sfrecciava fuori dal finestrino»). James, che ha solo diciotto anni e che quando la nonna muore e gli lascia in eredità tutti gli oggetti presenti nella sua casa non li butta, ma li conserva affittando un garage. E che mentre i grandi gli suggeriscono di disfarsene e di tenere solo quelli utili lui ribatte: «Come faccio a sapere cosa vorrò nella vita? Come faccio a sapere cosa mi servirà?».

    Già. Come si fa?

    Perché gli oggetti non sono solo oggetti. Portano un peso, il nostro. 

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